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Trento, 18 novembre 2000
Intervento all'Assemblea dei Verdi del Trentino
di Iva Berasi, assessore provinciale all’ambiente, sport e pari opportunità

Care amiche, cari amici
l’assemblea di oggi è per noi tutti un appuntamento molto importante, sia perché rappresenta un ulteriore passo in avanti di un processo riorganizzativi dei Verdi sul piano nazionale, sia perché può offrire l’occasione per una riflessione ampia sulle ragioni e sugli obiettivi della nostra azione politica quotidiana.

So bene che molti guardano a questo appuntamento con la curiosità di sapere "cosa faranno i Verdi" soprattutto in rapporto alla loro collocazione all’interno del governo provinciale dopo un periodo un po’ burrascoso per la coalizione di centro-sinistra.

Lo si è capito anche dagli articoli e dagli interventi sulla stampa locale, articoli di commentatori politici, ma anche interventi critici di qualche verde e di qualche esponente dell’associazionismo ambientalista.

Io credo che non si possa negare che gli ultimi mesi di vita dell’esecutivo provinciale sono stati caratterizzati da momenti di forte tensione e qualche contrasto e che, soprattutto su tematiche ambientaliste abbiamo visto emergere gravi contraddizioni, in molti casi abbiamo votato contro provvedimenti che sono stati poi adottati a maggioranza e non unanimemente (come succede per la maggior parte delle decisioni che la Giunta assume).

Così come nessuno può negare che la lunga crisi della Giunta regionale, presieduta da Margherita Cogo, e della quale fanno parte anche i Verdi, abbia mostrato le sfasature e le diverse sensibilità nell’ambito del centro sinistra sia trentino che sudtirolese nel quotidiano confronto con la Südtiroler Volkspartei (ed in giunta regionale con l’esponente forse più radicalmente lontano dalle nostre posizioni politiche, Roland Atz). Qui non si è trattato di dissensi su tematiche ambientaliste in senso stretto, ma del processo di trasformazione della Regione, che così com’è ha dimostrato inequivocabilmente la sua insufficienza. Ragioni istituzionali, ma anche ragioni della convivenza e della collaborazione fra i gruppi linguistici regionali e, sul piano politico-amministrativo, anche modalità di collaborazione fra le due province autonome le quali ormai – completata l’attuazione dello Statuto del ’72 – viaggiano su binari autonomi e, in qualche caso, in direzioni divergenti se non conflittuali: in tema di trasporti, ad esempio, con settori trentini del centro sinistra che vorrebbero il potenziamento del sistema autostradale mentre la SVP auspica – con maggiore lungimiranza, e questo è un dato di fatto che va riconosciuto – il potenziamento della rete ferroviaria, come del resto, non da oggi, auspichiamo anche noi e la sinistra trentina più in generale. Per non parlare del problema dell’aeroporto, su cui tornerò più avanti.

La crisi regionale – almeno al livello più evidente, quello politico-programmato della maggioranza di Giunta – l’abbiamo superata. La prima fase del processo di trasformazione della Regione si è conclusa positivamente nei giorni scorsi con l’approvazione definitiva delle modifiche allo Statuto nella parte che riguarda i rapporti fra province e regione, la forma di governo, la legge elettorale e la tutela delle minoranze linguistiche, in particolare trentine (ladini, mocheni e cimbri). Rimane invece ancora tutto da costruire, e sarà un lavoro lungo e non facile, il processo di collaborazione politica fra le due province, che rappresenta la scommessa politica alla base di questa riforma: autonome sì, ma legate da un vincolo statutario e istituzionale che non consente a nessuno di eludere la necessità di impostare il nostro futuro su una collaborazione più stretta fra le due distinte realtà provinciali.

Credo tuttavia che oggi possiamo essere orgogliosi e rivendicare il contributo determinante che i Verdi trentini – attraverso il nostro rappresentante al Parlamento Marco Boato – hanno fin qui dato per rinnovare le nostre istituzioni autonomistiche. Un lavoro impegnativo, iniziato oltre dieci anni fa, portato avanti con competenza e tenacia e – lo dico senza enfasi retorica – credo che non solo i Verdi debbano riconoscere ed essere riconoscenti a Marco per questo suo impegno, che ha saputo realizzare in positiva collaborazione con gli altri parlamentari del centro-sinistra trentino e anche con la SVP.

Si tende a volte a relegare la discussione sulla riforme istituzionali agli addetti ai lavori; ma io credo che tutti dovremmo invece prestare maggiore attenzione a queste tematiche. A partire dalla caduta del muro di Berlino, nel ’89, in tutta Europa, ma soprattutto negli Stati di confine fra i due ex-blocchi economico-militari, si sono avviate profonde ristrutturazioni delle istituzioni politiche; solo in poche realtà ciò è avvenuto senza che scorresse sangue o si verificassero forti tensioni interne. La tragedia della ex Yugoslavia, del Kossovo, dell’Albania, solo per ricordare le situazioni a noi più vicine, sono sotto gli occhi di tutti. Ebbene nel nostro Paese il centro-sinistra – prima del ’94 e dopo il ’96 fino a questi giorni, ha avviato una profonda revisione dell’organizzazione dello Stato e delle autonomie locali (per non dimenticare il risanamento finanziario che ha consentito all’Italia di far parte del primo gruppo di Paesi che hanno aderito all’Euro), trasferendo competenze alle regioni ed ai comuni, semplificando procedure amministrative, privatizzando aziende pubbliche e rafforzando l’economia. Ho voluto ricordare ciò, allargando un po’ l’orizzonte, perché credo sia legittimo rivendicare anche ai Verdi una parte del merito per quanto di positivo è stato fatto.

I Verdi hanno scelto, in un sistema che si sta progressivamente strutturando secondo uno schema bipolare, di collocarsi nell’ambito del centro-sinistra, condividendo con gli altri alleati la responsabilità di governo, essendo anche consapevoli che le alleanze non si fanno o si disfano a seconda del tornaconto della singola forza politica, ma si fondano su un programma elaborato di comune accordo fra i partners, sulla corresponsabilità nelle scelte e sulla collegialità.

Per questa ragione benché noi siamo stati e siamo tuttora critici o contrari a talune scelte compiute o ipotizzate dalla Giunta provinciale su questioni che a noi stanno molto a cuore - dalla val Jumela a Pinzolo, per quanto riguarda il settore degli impianti a fune, dalle proposte sull’aeroporto Caproni ai reiterati e irresponsabili tentativi di rilancio della Valdastico, per quanto riguarda i trasporti e le vie di comunicazione – ritengo sarebbe tuttavia sbagliato decidere di stare o uscire dalla Giunta e dalla maggioranza come reazione unilaterale o magari preventiva rispetto a ipotesi o decisioni non condivise e da noi combattute.

Noi dovremo uscire dalla maggioranza se verrà messo in discussione il programma della coalizione, se verrà negato il metodo della collegialità nelle scelte, ma in questo caso vorrà dire che sarà la coalizione stessa a cambiare pelle e interlocutori, vorrà dire che la coalizione si sarà sfasciata, non che saranno stati i Verdi ad andarsene.

Questo abbiamo ripetuto anche ai nostri alleati ed allo stesso Presidente Dellai, il quale io credo abbia ormai capito che margini per ulteriori strappi non ce ne sono, non solo perché lo dicono i Verdi, ma soprattutto perché lo esige il rispetto dei patti sottoscritti.

Se non accettiamo questa logica di comportamento politico, che è una logica che deriva non certo dalla ricerca del potere per il potere, ma dalla accettazione del bipolarismo come schema di funzionamento del sistema politico-istituzionale, dobbiamo essere consapevoli che si ritorna agli anni settanta, alla stagione dei governi balneari e via elencando.

Il Trentino, fino al ’93, aveva conosciuto una stagione di relativa stabilità dei governi e delle alleanze per la presenza della Dc che godeva di consensi pari o superiori al 40%; ha poi affrontato una fase di instabilità nella legislatura a guida Patt (dal ’93 al ’98), nella quale si sono susseguiti tre governi, rispettivamente di centro, centro-sinistra e centro-destra, con gli effetti che noi conosciamo bene.

A tutti i livelli, dal piccolo comune al parlamento nazionale, ci si candida alle elezioni per governare: se si vince si governa, se si perde si sta all’opposizione; credo sarebbe incomprensibile agli stessi elettori se dopo aver chiesto ed ottenuto i voti candidandosi a governare, decidessimo di ritirarci all’opposizione.

E quindi anche a noi compete l’onere di lavorare per consolidare l’alleanza di centro-sinistra, richiedendo ai nostri partners il riconoscimento reciproco della pari dignità e dei principi di collegialità e corresponsabilità.

Il centro-sinistra provinciale, presentatosi alle elezioni del ’98 con un programma comune dell’Ulivo, ma con liste separate in base alla legge elettorale proporzionale, ha dovuto fare i conti con numeri insufficienti; essendo coalizione di maggioranza relativa ha dovuto cercare nuovi alleati per formare il governo, e sta ancora lavorando per portare tutte le forze autonomiste nell’ambito della nuova coalizione. Ciò inevitabilmente incide sul programma originario del centro-sinistra, ma sarebbe per noi, e non solo per noi, inaccettabile un suo snaturamento. Stiamo governando con qualche difficoltà, non c’è dubbio. Penso soprattutto alla situazione del Consiglio, dove prevalgono le sedute ostruzionistiche su quelle di dibattito politico vero, al punto che il consigliere Perego, di Forza Italia, domenica scorsa, al congresso del proprio partito, ha ammesso che è ora di smetterla con l’ostruzionismo sistematico.

E’ anche vero che molte delle difficoltà in cui è incappata l’attuale maggioranza derivano da scelte incompiute o avviate e non concluse dalle giunte precedenti; e anche da scelte e promesse elettorali che hanno ingenerato aspettative in certi settori della popolazione di talune vallate o comuni, alle quali non tutti, nel centro-sinistra, hanno saputo o potuto dire di no, per usare un eufemismo e senza fare processi a nessuno.

Nella parte finale dell’intervento tornerò ovviamente anche sulle cose positive che sono state fatte o avviate, proprio perché se questa Giunta facesse in toto una politica contro l’ambiente e contro i valori che noi intendiamo rappresentare, ne avrei e ne avremmo tratto le conseguenze da tempo. E su questo vi è sintonia anche con altre forze politiche della coalizione, come è apparso evidente a tutti anche attraverso i mezzi di informazione.

Mi guardo bene dal dire che non abbiamo commesso errori. Tuttavia io credo che il mondo ambientalista – e noi ne facciamo parte, ma non abbiamo mai avuto la pretesa della sua esclusiva rappresentanza – abbia sottovaluto o dato per scontato un consenso maggioritario alle proprie proposte politiche, che in realtà ancora non c’è (almeno nei termini in cui noi auspichiamo). Questo non mi impedisce certo di mantenere ferma la mia contrarietà agli impianti in val Jumela, ma non credo che le timide reazioni negative fra i fassani siano attribuibili solo all’omertà e alla paura. La val di Fassa non può certo essere considerata una vallata dove comanda la mafia. Credo che una parte dei fassani abbia perso la sensibilità verso il proprio patrimonio culturale e naturale e che noi – insieme ad altri - dobbiamo intensificare il nostro impegno politico per far cres

Non esistono scorciatoie. Si governa col consenso e noi dobbiamo lavorare ed impegnarci per conquistarlo, in un quadro coerente di alleanze politiche e di fecondo dialogo con l’ambientalismo associativo.

Mi capita di incontrare tutti i giorni persone che mi segnalano problemi ambientali – la cava, la discarica abusiva, ecc. -; il loro atteggiamento nei nostri confronti è positivo ed apprezzano il lavoro che facciamo, ma queste stesse persone non necessariamente sono disposte a votarci, anche se ci occupiamo delle cose che stanno loro a cuore, salvo poi lamentarsi della nostra eventuale debolezza. Può dipendere anche da nostre insufficienze, per carità, ma io credo che la ragione vera sia un’altra.

La questione ambientale non ha ancora assunto la centralità che le compete sul piano politico e non diventa quindi discriminante al momento del voto, se non per una parte molto ridotta di elettori. In altre parole, la gente attribuisce molta importanza all’ambiente, ma non vota solo per la politica ambientale dell’una o dell’altra coalizione o forza politica. Noi dobbiamo lavorare per cambiare questa mentalità, per affermare la centralità della questione ambientale in una autentica cultura di governo.

Non vorrei essere fraintesa né che quanto dico fosse letto come una forma di pessimismo: tutt’altro. Poiché sono convinta che non da oggi sosteniamo buone idee e buoni progetti, ma che spesso le nostre idee e i nostri progetti non sono stati presi in considerazione perché non li abbiamo discussi abbastanza fra la gente, facendo crescere la partecipazione e il consenso, credo occorra semplicemente fare questo.

In passato abbiamo beneficiato, sul piano del consenso elettorale, di qualche grave incidente ambientale: penso a Chernòbyl, ed a Stava. Ma a quasi 15 anni da quei tragici eventi, che nella nostra coscienza umana e ambientalista sono impressi a fuoco, molti sembrano aver dimenticato. D’altra parte io credo che ciò sia in parte comprensibile; non si può vivere in eterno con la paura: o si rimuovono le cause, o si è costretti a convivere con essa ed alla fine si rimuove la paura stessa.

Io credo che il nostro consenso sia in aumento; non è necessariamente vero che i Verdi stando al Governo perdano voti. Forse li abbiamo persi in passato, soprattutto nel comune di Trento, ma se valutiamo il dato elettorale dell’ultima tornata amministrativa in Trentino – Riva, Arco, Rovereto, Pergine, in particolare – credo sia innegabile che il nostro lavoro incomincia a pagare anche in termini di consensi elettorali.

Dobbiamo forse osare di più. In passato, quando parlavamo per primi dei rischi dell’effetto serra e delle sue conseguenze sul cambiamento del clima eravamo considerati poco meno di visionari. Oggi, a distanza di dieci/quindici anni nessuno mette più in discussione quelle nostre previsioni. Lo stesso Presidente del Consiglio Amato, in occasione della recentissima tragica alluvione che ha coinvolto Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, ha ricordato come troppi moniti dei Verdi non siano stati ascoltati ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

Voglio ricordare ciò anche in relazione all’ultima sortita di due giorni fa sulla diga di Valda; da molti anni ormai è stata dimostrata con dati scientifici la sua inutilità ed anzi la sua dannosità per gli effetti sul micro-clima e non solo. Sono state avanzate proposte alternative di intervento (penso allo studio del prof. Cannata, ad esempio), ma ancora dobbiamo lottare contro qualche tenace resistenza a livello burocratico. "Se non si fa la diga non si fanno nemmeno gli interventi alternativi; poi, se viene l’alluvione, si decideranno a fare la diga": questa sembra essere la logica folle di qualche burocrate e forse di qualche politico. Contro questo dobbiamo protestare e opporci con forza. No alla diga, sì alle misure alternative, realizzabili subito. E chi non capisce questo è semplicemente un irresponsabile.

Chiudo su questo aspetto rifiutando come ingenerosa la critica di chi dice che in questa prima fase di esperienza di governo provinciale siamo stati sconfitti su tutta la linea o quasi. Per esempio sono convinta che la battaglia sull’aeroporto l’abbiamo vinta anche se i suoi propugnatori non lo ammetteranno mai e sta a loro ora spiegare perché ogni anno si butta oltre mezzo miliardo di lire in una struttura pressoché inutile, coltivando sogni di improbabili ampliamenti. Così come credo che senza i finanziamenti pubblici per ora bloccati a livello CEE, molti impianti di risalita che noi contestiamo non saranno mai realizzati, anche se oggi qualcuno fa progetti e chiede autorizzazioni. Penso dunque che noi dovremo intensificare sia la nostra azione a livello di governo, sia la sensibilizzazione dei cittadini sulle nostre tematiche culturali e sulle nostre proposte politiche.

Due slogans forti hanno caratterizzato da molti anni la nostra azione. Il primo: "agire localmente, pensare globalmente"; il secondo: "dalla protesta alla proposta". Io credo siano ancora oggi pienamente attuali. Contemporaneamente dobbiamo fare un ulteriore salto di qualità. Siamo nati e siamo cresciuti in molte realtà aggregando piccoli gruppi di persone attorno ad un singolo problema (il ripetitore che inquina, l’elettrodotto da spostare, il biotopo da conservare, la valle o il lago da salvare, la specie in pericolo da tutelare, e via elencando); in questo modo abbiamo costruito in tutta Italia un tessuto di relazioni sociali e politiche molto importante. E’ bene continuare con questo metodo, ma occorre anche fare in passo in avanti.

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Da qualche tempo è entrato finalmente nel lessico politico il concetto di "sviluppo sostenibile". Un concetto, una visione del mondo che a poco a poco sta riaggregando e rimotivando politicamente l’azione di una importante parte della società civile – penso ai movimenti sociali, giovanili ed in parte anche religiosi, ed a una parte della stessa sinistra, in passato più attenta solo ai problemi produttivi e occupazionali.

Si danno dello "sviluppo sostenibile" molte definizioni, anche a seconda della problematica specifica cui ci si riferisce; a me piace pensarlo come lo sforzo di armonizzazione di tutte le potenzialità, di tutte le compatibilità, prestando attenzione sia all’individuo che ai gruppi sociali ed ai popoli, "efficienza senza violenze strutturali" o divaricazioni tra aree forti e aree deboli.

Ciò comporta alcune immediate conseguenze pratiche. Non esiste ecologia politica separata dall’equità e dalla giustizia sociale. Ciò significa che non possiamo pensare solo ai nostri fiumi limpidi, ai nostri cibi sani, al nostro stile di vita corretto (e quando dico "nostro" penso ai ricchi paesi europei e nordamericani). Non ha nessun senso abbellire alcune isole felici in un deserto di povertà. Non possiamo accettare in eterno che il 20% della popolazione sfrutti l’80% delle risorse. Non c’è alcuna risposta accettabile, non c’è alcuna soluzione credibile al problema della massiccia immigrazione di popolazioni dai paesi impoveriti verso i paesi sviluppati – e l’Italia è un paese di frontiera, sotto questo punto di vista – se non entriamo in un’ottica di riequilibrio dello sviluppo.

Una seconda conseguenza concerne la necessità, per i paesi sviluppati, di una riduzione dell’utilizzo complessivo delle risorse non rinnovabili nei prossimi anni: i problemi ambientali di gran lunga più gravi che dobbiamo affrontare derivano dalla voracità del nostro sistema economico e produttivo.

Ciò ha due conseguenze: aumentare l’efficienza del nostro sistema economico e produttivo (per efficienza intendo la capacità del sistema di produrre con sempre minor consumo di risorse non rinnovabili – automobili che consumano meno, elettrodomestici più efficienti, ecc.) ma accettare anche soglie di sufficienza (quanto alla velocità, all’interdipendenza economica, ai consumi, alla retribuzione del lavoro). Cinquant’anni fa in Europa – in una cioè delle zone più sviluppate del pianeta – le principali cause di morte (e l’attesa media di durata della vita) erano ancora fortemente influenzate da ragioni di inefficienza del sistema economico-produttivo; si moriva per cattiva o insufficiente alimentazione, cattiva medicina, cattiva assistenza. Oggi il rischio è esattamente l’opposto: si muore per eccessiva alimentazione (magari di scarsa qualità), per una vita troppo frenetica, per le patologie degenerative che questo stile di vita comporta.

E’ probabile che nei prossimi anni noi ambientalisti dovremo preoccuparci più di tutto questo che non di risorse ed economia, pur importanti. Perché credo, in ultima analisi, che futuro sostenibile significherà soprattutto ricerca di un significato positivo della vita (possibilmente in questo mondo).

Gli interrogativi che questa visione del futuro pone ci stimolano a ricercare risposte concrete su come evitare il divario fra paesi ricchi e paesi poveri, su quali sistemi di sicurezza sociale realizzare per una società mediamente sempre più vecchia, su quali servizi dovrà fornire lo Stato e quali il privato-sociale, su come far convivere etnie e culture diverse, su quali scelte economiche occorre privilegiare, su come organizzare il mondo del lavoro nell’economia globale, su quali cambiamenti politici e riforme istituzionali sono necessari, su come organizzare l’economia per garantire al maggior numero di persone i mezzi per vivere dignitosamente, al di sopra della soglia di povertà.

Non siamo per fortuna all’anno zero. Su molti di questi interrogativi stiamo lavorando da anni: penso al problema dei rifiuti e del riciclo di risorse, penso ai problemi dell’energia. Su altre "emergenze" stiamo lavorando nella fase più recente: la questione alimentare, le biotecnologie e gli OGM, la tutela della biodiversità, la qualità dell’aria e dell’acqua. Ciò che occorre tener ben presente, tuttavia, è il rapporto tra innovazione tecnica e "giusta misura", tra efficienza e sufficienza. Per primi abbiamo affermato che la conservazione dell’ambiente può (ed in alcuni casi deve) essere considerato una risorsa economicamente utilizzabile (penso ai parchi ed ai biotopi ed al loro rapporto con il turismo), ma non dobbiamo mai dimenticare che anche a questo ci sono limiti fisici ben precisi da rispettare. Nel nostro contesto provinciale, ad esempio, penso allo sfruttamento eccessivo di certe vallate per il turismo invernale. Non è solo questione di pressioni impiantistiche, è anche questione di pressione antropica. E non è solo una questione di inquinamento ambientale, in taluni casi è la compromissione del tessuto sociale, delle tradizioni culturali che si riducono a rappresentazione scenica ma muoiono nell’animo della gente. Pensate per un attimo, e concludo, al rapporto fra crescita dell’industria turistica in certe valli del Trentino ed aumento della descolarizzazione. Solo per fare un esempio.

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Se devo tracciare un bilancio di questo primo anno e mezzo di esperienza di governo, debbo dire che, sia pure con le note difficoltà, alcune cose importanti le abbiamo fatte o le stiamo impostando e realizzando. Lo sforzo più importante – e non è stato facile – è stato quello di cercare di trasformare in un "gruppo di lavoro" coordinato alcuni servizi provinciali creando un vero dipartimento all’ambiente. Le mie competenze, come molti di voi sanno, vanno dalle acque ai parchi, dai rifiuti ai controlli ambientali, dallo sport alle pari opportunità. Detta così sembra una cosa semplice, ma vi assicuro che quando si tratta di metter mano ad asseti burocratici non c’è nulla di semplice. Questa esperienza è stata però molto istruttiva perché almeno abbiamo incominciato a lavorare sul problema della semplificazione e razionalizzazione delle norme. Questa è una questione importante perché da un lato semplifica la vita dei cittadini, dall’altro consente di concentrare i controlli laddove effettivamente servono. Non voglio tediarvi ma nelle due collegate approvate da questa Giunta abbiamo inciso profondamente sul sistema acque pubbliche proprio su questo versante; ciò ci consentirà, nel tempo, di conseguire due obiettivi importanti: valorizzare la risorsa acqua sia sotto il profilo qualitativo (maggiori controlli ed interventi per prevenire l’inquinamento e risanare laddove si è in sofferenza), sia sotto quello quantitativo, garantendo l’acqua nei fiumi e nei torrenti conoscendo le portate effettive ed assicurando le portate minime.

Tuttavia proprio nella logica di pensare globalmente credo che l’intervento che maggiormente condizionerà nei prossimi anni i progetti di sviluppo del Trentino sia rappresentato dall’adozione dell’atto di indirizzo sullo sviluppo sostenibile. Queste forse sono scelte che nel breve o brevissimo periodo sembrano perfino inutili: "avete fatto l’atto di indirizzo e poi avete dato il via libera a Campiglio e Val Jumela", è l’obiezione che molti mi hanno fatto. Io credo che realisticamente occorra dare il tempo sia ai settori produttivi che alla stessa struttura pubblica di assimilare decisioni che rappresenteranno una svolta significativa nel modo di operare. Guardate che la CE ha da oltre 15 anni la normativa per la libera concorrenza e la limitazione degli aiuti di Stato, tuttavia ci sono volute centinaia di procedure di infrazione e multe salatissime per fare entrare nella testa dei politici e degli imprenditori queste nuove regole di comportamento. Oggi però sono gli stessi imprenditori ed anche singoli cittadini che si rivolgono alla CE perché il mercato sia tutelato da interventi distorsivi. Corollario di questo atto è la cosiddetta VAS (valutazione ambientale strategica) con la quale si sottopongono preventivamente alla valutazione ambientale i piani ed i programmi pubblici con due risultati importanti: il primo che la programmazione urbanistica e la programmazione economica dovranno essere fatte tenendo conto delle compatibilità con un maggior dettaglio ed approfondimento; il secondo semplificando l’opera dei privati imprenditori o degli stessi enti pubblici quando realizzeranno interventi. Se in sede di piano si escludono ad esempio stabilimenti chimici in una certa zona industriale, in seguito non si dovrà combattere con imprenditori che nella "zona industriale" ritengono di poter portare qualsiasi attività produttiva, con valutazioni di impatto ambientali caso per caso (valutazioni che si svolgono sotto pressioni magari di tipo occupazionale). Se all’epoca dell’ultimo piano urbanistico provinciale ci fosse stata la VAS, certamente la Val Jumela non sarebbe stata inserita nelle zone sciabili e nessuno si sarebbe sognato di pensare di fare gli impianti. Tanto per fare un esempio.

La CE sta predisponendo un libro bianco sull’ambiente, frutto anche dell’esperienza attuativa delle due direttive ambientali (Habitat e Uccelli) dove si anticipa un concetto che quando era sulla bocca degli ambientalisti veniva considerato quasi eversivo: "chi inquina paga!". Questo sarà per il Commissario all’ambiente l’obiettivo politico delle prossime direttive in campo ambientale a livello europeo. A questo proposito desidero informarvi che nelle prossime settimane verranno rese note le cartografie e le schede delle zone di protezione speciale che la Provincia avrebbe già dovuto indicare negli scorsi anni ma non aveva mai fatto. Un ulteriore passo avanti.

Per quanto riguarda le acque vorrei ricordare anche il progetto per il miglioramento delle condizioni di alcuni laghi - da Terlago a Madrano, Canzolino, Serraia, Caldonazzo – e la previsione di parchi fluviali sui principali corsi d’acqua trentini.

Abbiamo individuato nuovi biotopi e stiamo intervenendo su quelli precedentemente attuati per migliorare strutture e fruibilità. Altrettanto dicasi per i Parchi dove abbiamo lavorato molto per consolidare la struttura che significa anche maggior radicamento dell’Ente parco nell’economia della zona su cui insiste. Penso allo Stelvio con gli investimenti sul personale, ma penso anche alla sede dell’Adamello Brenta ed alle aree visitatori.

Vorrei ricordare anche il significativo intervento sul lago di Loppio. Dopo anni di battaglie (mi pare che in sala sia presente anche gente di Mori) non solo abbiamo acquistato il sedime del vecchio lago ma attendiamo conferma dal Ministero per lo stanziamento di 15 miliardi che abbiamo inserito a bilancio quest’anno e dovrebbero consentirci di realizzare quei lavori di impermeabilizzazione del tratto di galleria sottostante che a suo tempo ha determinato lo svuotamento del lago.
Un’altra cosa vorrei ricordare – tra le molte che necessariamente sono costretta ad omettere – fra quelle che credo qualifichino la nostra azione di governo. L’istituzionalizzazione dell’educazione ambientale attraverso l’Agenzia per l’ambiente ed una rete di laboratori (rete Labnet) che saranno dei veri e propri centri di formazione ambientale, utilizzando risorse nazionali ed europee (risorse che altrimenti non verrebbero investite in Trentino). Lo sforzo è sempre quello di trovare canali "istituzionali", permanenti, che si affiancano ed irrobustiscono anche il meritorio lavoro che costantemente fanno le Associazioni, per una maggiore e affermazione della cultura ambientale, soprattutto fra le nuove generazioni.

Due parole sul recepimento della 281 – la legge statale sugli animali d’affezione. Anche qui siamo in dirittura d’arrivo. La legge – proposta dalla collega Chiodi ed assunta dall’Assessorato come base di discussione, in uno spirito di collaborazione fra l’esecutivo e la consigliera proponente – è già all’ordine del giorno dell’aula. Dopo la sessione di bilancio sarà fra i primi provvedimenti in discussione. Ci consentirà anche qui di rafforzare il lavoro meritorio svolto dalle Associazioni e che fino ad oggi, in mancanza di norme specifiche, abbiamo potuto supportare, assieme ai Comuni, in modo io credo insufficiente.

Infine vorrei ricordare l’importante regolamento sulla tutela dell’inquinamento da campi elettromagnetici. Abbiamo la normativa più avanzata sul piano nazionale ed europeo, con i limiti più restrittivi. Ci siamo mossi cercando di applicare criteri di cautela e minimizzazione del rischio. Ed anche se sono annunciati i ricorsi dei gestori mi auguro che alla fine non si vada ad un braccio di ferro giudiziario. Se serve, comunque, lo faremo. Fra l’interesse – sia pure legittimo – di chi produce e vuole fare i propri affari massimizzando i profitti e la tutela della salute pubblica per me ha precedenza la seconda.

Due parole anche per la questione rifiuti: un primo obiettivo raggiunto con lo "stop" alla discarica come modalità di smaltimento. Non si faranno più nuove discariche. In secondo luogo un forte investimento (circa 25 miliardi) per realizzare i centri raccolta materiali per lo smaltimento differenziato dei rifiuti.

Ho lasciato alla fine la competenza per le pari opportunità. Come primissimo atto concreto ho voluto assicurare a questo organismo che con il suo lavoro tutela i diritti delle donne sul lavoro e nella società un minimo di disponibilità finanziaria ed una sede. Forse non è molto, ma per anni la Commissione non ha avuto nemmeno questo. Stiamo infine proponendo l’introduzione della VISPO, una sorta di valutazione sull’applicazione delle pari opportunità, sulla base di orientamenti della CE.
Infine, e chiudo veramente, lo sport. Me ne occupo con passione, oltre che per dovere, perché amo lo sport. Anche qui siamo intervenuti da un lato per assicurare pari dignità e opportunità di sostegno pubblico alle diverse società sportive. Non so se sia tanto o poco, ma credo si tratti di una operazione di "ecologia politica" dovuta. Qualche lamentela di chi si è visto tagliare privilegi è ovviamente già arrivata, ma io credo che arriverà anche l’apprezzamento di chi desidera maggior equità nei contributi pubblici.

E’ pronto un nuovo disegno di legge con il quale si intende migliorare il rapporto tra scuola e sport, valorizzare gli atleti trentini, favorire la pratica sportiva per i portatori di handicap e assicurare risorse allo sport, riconoscendolo come veicolo pubblicitario. Qualche soddisfazione la abbiamo avuta anche sul piano internazionale alle recenti olimpiadi e mi sembra doveroso non frustrare aspettative e impegno di giovani volonterosi che contribuiscono con le loro fatiche al buon nome del nostro Trentino.

 

Assemblea provinciale del Verdi del Trentino
Trento, sabato
18 novembre 2000
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Relazione introduttiva
di Marco Boato

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