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Trento, 21 luglio 2002
TAR E CACCIA: UNA DECISIONE PER RIPRISTINARE LA LEGALITÀ
La fauna selvatica è patriminio del Trentino, non dei cacciatori.
di Pino Finocchiaro, Vicepresidente dei Verdi del Trentino
da l ’Adige di domenica 21 luglio 2002

Quando alla fine degli anni ’80 i Verdi promossero il referendum contro la caccia, in Trentino i cittadini andarono a votare in percentuale superiore al 50% (criterio di validità del referendum) ed a larga maggioranza si espressero contro la caccia.

Il referendum non ebbe alcun effetto perché sul piano nazionale non raggiunse la percentuale di votanti del 50%, ma l’allora presidente dell’Associazione cacciatori – il sen. Bruno Kessler – proprio per rispetto della volontà della maggioranza dei Trentini, accettò per la prima volta di mettere in discussione l’impianto normativo che fino ad allora aveva governato la caccia in Trentino. Dopo un decennio di scontro “a muso duro” sulla caccia – era iniziato all’inizio degli anni ottanta con un altro referendum provincile contro la caccia, perso, sia pure di misura, dai promotori – si potè finalmente discutere e confrontarsi nel merito e, soprattutto, si incominciò a discutere partendo dal concetto – scontato per gli ambientalisti, ma non per i cacciatori – che la fauna è patrimonio di tutti e non dei cacciatori.

Fu così approvata la legge 24 del 1991, un onesto punto di mediazione fra posizioni difficilmente conciliabili. Quella legge è fatta sostanzialmente di due parti: la prima stabilisce i criteri e le “azioni positive” a favore della fauna, la seconda disciplina la caccia.

Una legge, ovviamente, può significare molto, ma anche rivelarsi nel tempo una presa in giro, se non viene attuata. Sia i successori di Kessler alla Presidenza dell’Associazione cacciatori, sia le Giunte provinciali che si sono susseguite a partire dalla legislatura ’93-‘98, fecero di tutto – in parte riuscendovi – per svuotare progressivamente quella legge, o meglio per applicare tutti i benefici a vantaggio dei cacciatori, disinteressandosi delle istanze protezionistiche e dell’attuazione della prima parte della legge, quella a vantaggio della fauna selvatica.

Tale comportamento e non una volontà esasperatamente punitiva nei confronti dei cacciatori ha dato luogo a numerosi ricorsi sia davanti al Tar sia di fronte alla magistratura ordinaria, qualcuno sottoscritto anche dai Verdi, fino all’ultima pronuncia del Tar, per noi molto significativa e ampiamente giustificata.

Nemmeno Dellai, che all’inizio di questa legislatura aveva trattenuto per sé la competenza in materia faunistica assicurando di voler mantenere un atteggiamento imparziale fra i due fronti contrapposti – ambientalisti e cacciatori - , ha in realtà fatto alcunché per invertire la rotta. Tutt’altro!

La vicenda del “roccolo”, come l’ampliamento del calendario venatorio e l’inclusione fra le specie cacciabili anche di piccoli volatili che avrebbero dovuto essere tutelati rappresentano alcuni dei tanti esempi di cattiva politica a tutela della fauna.

Non a caso, l’assessore verde Iva Berasi, non ha mai votato i provvedimenti concernenti l’attività venatoria che via via venivano portati in Giunta per l’approvazione, sollevando, inutilmente, in ogni occasione possibile la questione della non applicazione della prima parte della legge sulla fauna. Per non parlare dell’ostruzionismo al recepimento della legge 281, sugli animali di affezione, su cui si registra un ritardi ultradecennale.

L’assegnazione della competenza in materia faunistica all’assessore Pallaoro – notoriamente espressione di un partito favorevole ai cacciatori – , in occasione dell’ultimo rimpasto di Giunta, ha finito per rendere ancora più difficile il confronto con il mondo protezionistico e far perdere alla Giunta provinciale molta credibilità.

Ciò che la stragrande maggioranza dei cittadini chiede alla Provincia è una gestione della fauna scientificamente corretta e non condizionata dagli interessi del mondo venatorio.

Invece succede in contrario. Recentemente, ad esempio, il Comitato faunistico, che di fatto gestisce la caccia per quanto riguarda le regole, le limitazioni alle specie cacciabili, l’entità dei prelievi, ha disatteso un parere dell’Osservatorio faunistico – un organismo scientifico “super partes” – sulla questione del controllo dei predatori, esprimendosi a favore della caccia alla volpe con modalità pericolose anche per la popolazione (caccia notturna!) e tali, probabilmente, da compromettere la specie. Per non parlare della caccia ai mustelidi o a specie minori di avifauna, ricomprese fra quelle tutelate sul piano europeo.

Nemmeno regole elementari di trasparenza, per quanto riguarda la composizione del Comitato faunistico, vengono rispettate: ai rappresentanti dell’Associazione cacciatori si aggiungono i funzionari-cacciatori per i quali esiste, sostanzialmente, un conflitto di interesse, sia pure tollerato dalla legge. Persiste infine il problema mai risolto della caccia nei parchi naturali, vera e propria anomalia rispetto a tutti gli altri parchi naturali italiani, ove non si caccia, ed a causa della quale importanti risorse finanziarie statali non vengono assegnate ai parchi trentini.

Dopo la sentenza sulla Jumela, questa ordinanza del TAR sulla caccia, più che un attacco all’autonomia, è un richiamo ed un monito per la Provincia ad una maggior legalità. Saggezza politica vorrebbe che, finalmente, Dellai avesse il coraggio di ripristinare una gestione equilibrata della fauna, se vuole evitare che l’attività venatoria, d’ora in avanti, non dia luogo a contenziosi infiniti, che non giovano a nessuno.

Come hanno responsabilmente sottolineato le varie associazioni protezionistiche e come da molto tempo i Verdi chiedono con insistenza nell’ambito della maggioranza provinciale, è ora di riaprire seriamente il confronto fra tutti i soggetti interessati perché la fauna è patrimonio di tutti.

Pino Finocchiaro
Vicepresidente dei Verdi del Trentino

 

      
   

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