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Trento, 23 marzo 2011
Gottardi, grande vescovo aperto al cambiamento
A 10 anni dalla morte di mons. Alessandro Maria Gottardi
di Marco Boato
da l'Adige di mercoledì 23 marzo 2011

Si è appena conclusa la celebrazione del ventennale di Kessler e domani ricorre il decennale della scomparsa, il 24 marzo 2001, del vescovo Alessandro Maria Gottardi, che ha «governato» la diocesi di Trento dal 1963 (fece l’«ingresso» il 1° maggio, data premonitrice) al 1987. È davvero singolare questa quasi coincidenza tra la commemorazione di due figure - diversissime tra loro, ma entrambe di grande valore e di grande incisività storica -, che hanno lasciato un segno profondo nella società trentina, sul versante politico e istituzionale l’uno, e sul versante ecclesiale (ma anche sociale) l’altro. Il vescovo Gottardi ha retto la diocesi in anni straordinari, quelli del Concilio prima e del dopo-Concilio successivamente: anni di grandi trasformazioni sul piano socioeconomico, ma anche su quello ecclesiale, anni difficili ma anche entusiasmanti per i processi di cambiamento che erano in corso.

Furono gli anni della «primavera» conciliare, ma anche delle tensioni del post-Concilio. Nacquero allora anche il «dissenso cattolico» e la contestazione ecclesiale, a cui ha dedicato un ottimo lavoro di ricostruzione storica il giovane studioso Alessandro Chini («Il dissenso cattolico. In Italia e a Trento», Uct, 2010), mentre di quella fase storica parla anche l’ultima parte del libro di Vittorio Carrara («I cattolici nel Trentino», Il Margine, 2009), che abbraccia un periodo storico molto più ampio.

Appena un anno dopo l’inizio del suo episcopato, Gottardi seppe risolvere la questione della nuova delimitazione delle due diocesi di Trento (di cui faceva parte anche Bolzano) e Bressanone, e questo proprio nella fase più delicata e complessa della questione sudtirolese. Le due diocesi arrivarono rapidamente a coincidere con i due ambiti provinciali, superando difficoltà e subalternità (di Bolzano a Trento) che avrebbero aumentato i problemi anche in ambito ecclesiale. Non è possibile qui riassumere in poche parole le caratteristiche del suo episcopato, che andrebbero ricostruite con equilibrio e rigore sul piano storiografico (finora non è stato fatto compiutamente). Basti dire che, nonostante abbia dovuto navigare in molte circostanze in un mare tempestoso, il vescovo Gottardi si è dimostrato un autentico vescovo «giovanneo» e «conciliare».

Nominato da papa Giovanni XXIII (di cui era stato provicario a Venezia, quando Roncalli era Patriarca), pur con un carattere molto diverso, ha saputo seguirne l’ispirazione e l’insegnamento volto al rinnovamento conciliare, al graduale superamento di ogni forma di clericalismo tipico della «cristianità costantiniana», alla netta distinzione tra la sfera politica e la sfera ecclesiale (di qui anche la cessione della parte di proprietà della Curia del quotidiano «l’Adige» di allora), all’apertura al dialogo ecumenico e con i «lontani», alla particolare attenzione al mondo del lavoro e agli strati sociali più disagiati (e lui stesso, pur facendo parte di una diocesi per molti aspetti «ricca», è morto evangelicamente povero).

Qualche testimonianza. Don Giuseppe Grosselli: «Era un presule aperto e conciliare. Con Gottardi non era poi così brutto litigare, perché era un uomo molto intelligente e sensibile». Don Vittorio Cristelli (direttore di «Vita Trentina» in quegli anni, poi rimosso dal successore): «Gottardi mi ha sempre sostenuto, non a caso anch’egli era poco gradito soprattutto alla corrente più moderata della Dc, che non si sentiva da lui adeguatamente “sponsorizzata”. Quando incontrai Raniero La Valle, egli mi confidò che avevamo un vescovo splendido». Forse un episodio esemplare è quello del venerdì santo del 1974, quando centinaia di operaie e di operai della Michelin, in agitazione da molti mesi, insieme al sindacalista Giuseppe Mattei entrarono in corteo nel Duomo di Trento e trovarono ad attenderli il vescovo Gottardi, al quale si rivolse pubblicamente a nome di tutti una operaia, per spiegare le ragioni della loro lotta. La foto del Duomo gremito dai lavoratori con il vescovo che li ascolta e si rivolge a loro, durante il venerdì santo, è forse la testimonianza più eloquente della statura di Gottardi e della sua ispirazione pastorale, anche se in quegli anni innumerevoli furono le tensioni, le difficoltà e talora le incomprensioni (politiche, ma anche ecclesiali) che dovette affrontare (basti pensare all’episodio del «contro quaresimale» del marzo-aprile 1968, un trauma iniziale, che però alla fine lasciò segni profondi nella dinamica ecclesiale).

Il 5 marzo 2001, don Luciano Franch (morto poi prematuramente, l’11 agosto 2005), che era stato suo segretario, su mia richiesta mi accompagnò a Villa S.Nicolò, dove il vescovo Gottardi viveva ormai i suoi ultimi giorni. Mi lasciò solo a colloquio con lui, nella piccola cappella della casa. Fu un incontro che mi provocò una grande emozione e commozione (lo conoscevo fin da bambino quand’eravamo a Venezia e lo chiamavo per questo «don Sandro»). Parlammo a lungo e, capendo che ormai eravamo verso la fine, nonostante la sua lucidità di parola e di pensiero, col mio telefonino lo misi a colloquio col vescovo Loris Capovilla (il quale viveva e vive a Sotto il Monte), che era stato segretario di Giovanni XXIII e prima ancora del patriarca Roncalli. Fu l’ultimo toccante dialogo telefonico tra due uomini e due vescovi che si conoscevano da una vita. Alla fine gli chiesi se avevo qualcosa da farmi perdonare per gli «anni caldi» della contestazione. «Io non ho nulla da perdonarti, e semmai devi rivolgerti non a me, ma a lui» e indicò il crocefisso. Poi prese un suo volumetto, con mano tremolante scrisse la dedica: «In antica amicizia!», e me lo donò. Dopo quell’incontro sono tornato lassù innumerevoli volte, fino al giorno della sua morte, il 24 marzo, nonostante fosse in corso la campagna per le elezioni politiche del 2001. Non me ne pentii, perché quella amicizia con «don Sandro» era veramente antica, e tale è rimasta nel ricordo di questo decennale, che in qualche modo lo accomuna a Kessler. Due uomini difficili e «scomodi», anche per chi stava loro vicino, ma due uomini grandi, che hanno segnato la storia del Trentino.

Marco Boato
Già deputato e senatore per più legislature

 

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