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Trento, 26 marzo 2011
A 20 ANNI DALLA MORTE:
I meriti di Kessler riconosciuti tardi

di Marco Boato
da l’Adige di sabato 26 marzo 2011

Bruno Kessler è morto vent’anni fa, a 67 anni, il 19 marzo 1991, ancora nel pieno della sua attività politica e anche culturale (in riferimento all’Istituto trentino di cultura). In quel momento eravamo colleghi al Senato della Repubblica, di cui facevano parte anche Norberto Bobbio (nominato senatore a vita) e Nino Andreatta (allora presidente della Commissione Bilancio).

A diverso titolo, si erano ritrovati insieme, nella decima legislatura, a far parte della «Camera alta» nel Parlamento italiano, quattro interpreti della stagione «calda» della Facoltà di Sociologia (allora Istituto superiore di Scienze sociali) a Trento negli anni ’60 (Bobbio era stato membro del Comitato ordinatore con Marcello Boldrini e lo stesso Andreatta, il quale era stato anche mio docente di Economia, con un giovanissimo Romano Prodi come assistente).

E in quegli anni molte erano state le occasioni di riflessioni comuni, non solo sulle vicende politiche che stavamo vivendo nella crisi a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ma anche sulla storia della Facoltà di Sociologia, che avevamo vissuto in posizioni tanto diverse. Del resto una occasione pubblica per tutto questo si presentò proprio a Trento a fine febbraio del 1988, nel corso di un affollato e ricco dibattito durante il ventennale della contestazione di Sociologia («Bentornata utopia»), a cui parteciparono - oltre a Bobbio, Kessler e io stesso - anche l’allora rettore Fabio Ferrari e lo storico Giorgio Galli.

Pochi giorni fa, domenica 20 marzo la figura di Bruno Kessler è stata giustamente ricordata a più voci (in particolare dal figlio di Nino Andreatta, Filippo) nell’incontro di Terzolas, nella «sua» Val di Sole, promosso dalla Fondazione Kessler , oggi presieduta da Massimo Egidi, e concluso da Lorenzo Dellai. Furono tre le grandi direttrici di innovazione kessleriana per un progetto di governo del Trentino, che lo facesse uscire dalla stagione secolare dell’emigrazione, dell’arretratezza culturale, del sottosviluppo economico e dello squilibrio territoriale. Da una parte l’istituzione di Sociologia nel settembre 1962, tramite l’escamotage della subito precedente fondazione dell’Itc (per aggirare la mancanza di competenze statutarie della Provincia in materia universitaria) e il parallelo sviluppo delle due istituzioni, a cui Kessler dedicò tanta parte delle sue intuizioni e delle sue energie, in un Trentino all’epoca appunto ancora arretrato ed economicamente sottosviluppato. E dall’altra parte fin da subito anche la promozione del primo Piano urbanistico provinciale (Pup), che ebbe la sua finale approvazione nel 1967 dopo una gestazione di oltre cinque anni.

Con una forte innovazione culturale, nel clima fervente del primo centro-sinistra di Fanfani e Moro, Kessler ha immaginato di istituire a Trento il primo corso di laurea di Sociologia in Italia (un’Italia ancora condizionata dall’egemonia della filosofia idealistica crociano-gentiliana, che disprezzava la sociologia come «pseudo-scienza» affetta da «pseudoconcetti»), mentre i suoi predecessori si erano invece impegnati a realizzare a Trento un biennio di Scienze forestali dipendente dall’Università cattolica di Milano. Del resto, il rettore di allora Francesco Vito non gliel’ha mai perdonato e per impedirlo era ricorso addirittura al vescovo Joseph Gargitter, che reggeva nel l962 anche la diocesi di Trento prima dell’arrivo di Gottardi. Ma Gargitter si rifiutò di interferire nelle autonome scelte politiche di Kessler.

Nessuno in questi giorni ha ricordato inoltre che Kessler, in una provincia a maggioranza assoluta democristiana, aveva chiamato nel 1962 a progettare il Piano urbanistico un accademico di area comunista (fu poi anche senatore della sinistra indipendente) come Giuseppe Samonà, allora direttore dell’Istituto universitario di architettura di Venezia. Una scienza «eretica» (rispetto all’accademia ufficiale) come Sociologia ed un urbanista «comunista» (anche se non era iscritto al partito) per il primo tentativo in assoluto a livello nazionale di elaborazione di un Piano urbanistico che riguardasse l’intera provincia e che ne progettasse lo sviluppo socio-economico (insieme a Nino Andreatta) e territoriale per i successivi decenni. Il nome di Giuseppe Samonà sembra essere stato rimosso dai ricordi storici. E questo pure a Terzolas, dove persino una foto che lo riprendeva allo stesso tavolo di conferenza insieme a Kessler e Andreatta è stata inopinatamente tagliata, lasciando visibili solo i primi due. Eppure anche questa scelta strategica di Kessler fu un segno indicatore della sua volontà di superare le barriere ideologiche e di «sprovincializzare» il Trentino rispetto ai rischi - come tante volte si è ripetuto – di rimanere «piccolo e solo».

Meno decisivo di quanto sia stato detto a Terzolas è stato invece il ruolo di Kessler rispetto alla costruzione del nuovo assetto autonomistico dopo gli anni del «los von Trient» di Silvius Magnago (Castel Firmiano, 1957) e dopo gli anni delle bombe e del ricorso dell’Austria all’Onu contro l’Italia (1960 e 1961). Ma questo non per sua incapacità, quanto perché la partita principale si giocava allora sullo scacchiere sudtirolese e nazionale, oltre che internazionale. Egli ebbe tuttavia il merito di riconoscere e superare gli errori storici di egemonismo nazionalista della Dc trentina di Tullio Odorizzi (quante volte l’ha ricordato mons. Iginio Rogger!) e di sostenere gli sforzi di Aldo Moro a livello nazionale e di Alcide Berloffa a livello alto-atesino, che condussero ad un nuovo dialogo (allora difficilissimo) con la Svp, agli esiti del «Pacchetto» del 1969 e al nuovo Statuto di autonomia del 1972. E questo comportò un enorme rafforzamento delle competenze e delle risorse finanziarie non solo della Provincia di Bolzano, ma in parallelo anche della Provincia di Trento.

Non bisogna tuttavia dimenticarsi, per non edulcorare le difficoltà e le asprezze di questa storia, che proprio l’anno dopo il nuovo Statuto del 1972, nel 1973 Kessler fu «liquidato» a opera del suo partito dalla presidenza della Provincia, che avrebbe finalmente potuto gestire con le nuove competenze e le nuove risorse. Fu «relegato» per un paio d’anni alla presidenza della Regione (ormai svuotata di competenze) e poi nel 1976 iniziò il suo difficile percorso romano, dove, nonostante due mandati da deputato e due da senatore, non riuscì mai a emergere con quella forza e quella statura che aveva conquistato governando il Trentino.

Se ne rendeva conto, ed in proposito rivelo qui un piccolo segreto. Nel 1988, qualche mese prima delle elezioni regionali d’autunno, mi propose un incontro riservato, per chiedere il mio parere sulla sua ipotesi di lasciare il Senato e di ricandidarsi alle regionali, per riproporsi come presidente della Provincia di Trento. Personalmente mi dichiarai favorevole, perché a Roma i suoi grandi talenti mi sembravano sottovalutati (e me ne ringraziò). Ma si strinse allora il patto generazionale tra Mario Malossini e Lorenzo Dellai (l’uno per la Provincia subito e l’altro per il Comune di Trento nel 1990), che inevitabilmente gli sbarrò la strada. E così Bruno Kessler concluse, prematuramente, a soli 67 anni la sua vita politica al Senato.
In questi giorni tutti giustamente lo ricordano con stima e gratitudine, per tutto ciò che ha fatto per il Trentino. Ma è bene ricordarsi, per evitare immagini troppo oleografiche, che anche la sua strada fu irta di incomprensioni, difficoltà e anche rivalità di partito. Le seppe sempre affrontare con forza e determinazione, ma non sempre in vita ebbe quel riconoscimento, che ora gli giunge giustamente quasi unanime ormai a vent’anni dalla morte.

Marco Boato
Già deputato e senatore per più legislature

 

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