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Trento, 21 ottobre 2012
FERMO POSTA
LA BUONA POESIA C’È MA È DIFFICILE DA SCOVARE
lettera di Sandro Boato
da Sole24ore/domenica, di domenica 21 ottobre 2012

Gentile Matteo Marchesini, mi ispirava — appena riletta la sua autorevole, complessa recensione «Troppo cervello in queste poesie» (Domenica, 14 ottobre, pag.24) — mandarle senza commento i 34 versi di «Se sia poesia», con l’impressione (o la presunzione) che esprimano una sostanziale sintonia con la sua prosa critica. Per Stefano Dal Bianco, lei scrive, «le gioie musicali e metaforiche dello poesia sono artifici vietati (...) così s’impone di scrivere versi con scarto minimo dall’insignificanza», e aggiunge «in questi grami tempi post-moderni» il che mi apre subitamente una panoramica di parte della poesia italiana, quella delle autonominatesi élites, delle riviste corporativo-letterarie che rifuggono i volgo, degli incontri tra professori universitari, delle letture “tra addetti ai lavori”, dei poeti-critici-mezzo editori, dei controllori dei concorsi e custodi della “purezza della razza. Come in altre epidemie ci sono anche gli effetti secondari delle medicine.

Tutto ciò infatti fu scuola tra le migliaia di aspiranti poeti del nostro Paese. A Franco Marcoaldi, che può vantare il non esser parte dei «Sessantaquattro poeti Italiani fra due secoli» (Parola plurale, Luca Sassella editore, Roma, 2005), lei attribuisce il «mimare in modo troppo semplice l’intelligenza» e «l’intrecciare con pronuncia scanzonata e cristallina quotidianità e massimi sistemi». Mi pare comunque apprezzabile in lui l’approccio a un tema assai poco italiano, gli «Animali in versi» (Einaudi, Torino, 2006).

Accontentarsi può essere l’atteggiamento necessario a chi fa seriamente il critico?

Lo chiedo a lei: dov’è l’amore per la lingua italiana dopo Sciascia e Calvino, e il «dare significato alle parole» (Ezra Pound) –- conditio sine qua non della poesia — dopo Montale e Caproni?

Sandro Boato - Gabblolo (Tn)

Gentile Boato, la ringrazio per l’attenzione. Sull’autoreferenzialità del “mondo della poesia” (cioè, per meglio dire, dei circuiti accademico-editoriali che più influenzano la sua scarsa visibilità e gli ormai inattendibili processi di canonizzazione) sono stati spesi fiumi d’inchiostro. In realtà è normale che i lettori, così come quei lettori di mestiere che sono i critici e come i poeti autentici, restino pochi o addirittura pochissimi.

Solo, non bisogna mal dimenticare che le migliori letture e scritture spesso non coincidono con quelle affioranti nelle vetrine culturali più note e nelle rare collane reperibili in libreria. Queste collane hanno perso autorevolezza: chi crede oggi che lo Specchio o la bianca Einaudi pubblichino poeti Italiani migliori di quelli editi da Marcos y Marcos, o anche da sperduti editori senza distribuzione?

Si badi, non dico che i piccoli siano di per sé migliori non amo la retorica delle minoranze, spesso parodie delle maggioranze. Dico invece che i grandi non garantiscono più una qualità maggiore:  dato che mantengono un prestigio di facciata, il divario tra apparenza e sostanza si fa preoccupante. I casi da me esaminati lo dimostrano.

Anche quello di MarcoaIdi, che tratta qualunque tema In modo piatto, e vi aggiunge una musica che è appiccicata sopra al contenuto e non arricchisce il senso. Del resto, a conferma del fatto che non ho pregiudizi verso Einaudi, a Marcoaldi ho contrapposto la Cavalli. A un altro discorso può dare spunto la (nostra?) opinione su Dal Bianco. Scomparsa la società letteraria moderna non ha senso parodizzarne le poetiche e usarle come alibi. ln un contesto atomizzato, privo di visioni collettive dei processi storici, chi vuole produrre versi resistenti, capaci di fare attrito con la realtà linguistica circostante e con la realtà tout court, non può giustificarli con l’apriori di una  poetica lasciata fuori dal testo come un suo invisibile piedistallo. I testi devono Invece potersi difendere da soli, e mostrare al loro interno i propri presupposti: non valgono atti di fede pronunciati su qualche cattedra o da qualche gruppo più o meno esoterico e ideologicamente debole; né valgono stilizzazioni studiate per procurarsi una visibilità “di tendenza”.

Un critico di «Parola plurale» mi accusa di non sopportare la teoria letteraria. AI contrario, non faccio che scriverne. Solo, penso che la teoria implichi consapevolezza e “mediazione”. Spesso Invece si rimasticano materiali maldigeriti in critica e in poesia. Oggi non dobbiamo più difenderci dal poetese di chi ha orecchiato Quasimodo e San Remo, ma dal kitsch “erudito” di chi esce dalla scuola di massa. E non è migliore. Se anziché raccontare con spontaneistica immediatezza un afflato amoroso si racconta con spontaneistica immediatezza una lettura di Derrida, non per questo si è meno naif anzi lo si è in modo più imbarazzante. Non chiedo insomma che non si ragioni sui “grami tempi postmoderni”, né voglio far demagogia contro qualche “potere”, ma semmai invitare a un maggior rigore. E per trovarlo non c’è bisogno di fermarsi a Sciascia e Calvino (peraltro due grandi epigoni, due “stilizzatori"). Anche oggi ci sono scrittori di valore. Solo, la buona letteratura è a volte dove non ce la si aspetta. Nella prosa, pochi narratori odierni hanno la creatività di saggisti come GarboIi, Baldacci, Bellocchio o Berardinelli. E nella poesia, ci sono autori meno citati o visibili dei soliti Cucchi e Magrelli, ma assai più robusti: Carpi, Manacorda, Pecora, Febbraro, Maccari, ...

Autori che magari si trovano difficilmente in libreria. Ma i pochi veri lettori di poesia – specie se come lei, scrivono anche versi ironici e perplessi sulla latitanza del loro genere letterario prediletto – hanno ormai la tempra dei detective.

Matteo Marchesini

      
   

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