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Trento, aprile 2008
UN LUNGO SESSANTOTTO
di Sandro Boato
pubblicato su Uomo Città Territorio, n. 388, aprile 2008

La grande alluvione

Verso la fine del 1966 terminavo il servizio di leva nell’Aeronautica militare, vissuto prevalentemente a Roma, con le immagini vivide e tormentose di due eventi diversamente memorabili. A primavera la morte del diciannovenne studente universitario Paolo Rossi, a seguito di un’aggressione neo-fascista: prima vittima del nascente movimento studentesco. In autunno la grande alluvione, di cui resta ricordo diffuso sopratutto per l’eccezionale piena dell’Arno a Firenze, che spinse l’intero paese più giovane e solidale al soccorso volontario.

Quest’ultimo evento in particolare avrebbe inciso profondamente sulla mia vita, e sul destino della mia città di formazione, Venezia, e di quella dove stavo già lavorando, Trento. La devastazione colpì infatti anche Venezia, le cui acque alte venivano ormai considerate folklore da chi non le conosceva: divennero inabitabili i piani terra, ovverosia circa un quarto del volume edilizio urbano. Si accentuò così l’esodo della popolazione meno abbiente verso la terraferma, interludio di una diaspora sopratutto giovanile (di cui io stesso ero parte) che avrebbe dissanguato socialmente la città lagunare in pochi anni. Ci fu anche un degrado civile ed ecologico – con perdita di servizi elementari per i residenti e abbandono della indispensabile pulitura e scavo dei rii per oltre trent’anni.

Anche in Trentino l’alluvione fu catastrofica, sia per gli effetti immediati nel fondovalle del capoluogo, parte del quale fu invaso dalle acque dell’Adige, sia per la ‘capricciosa’ tendenza degli altri corsi d’acqua – raccorciati, cementificati, incanalati e in parte anche edificati – a ritornare nei loro alvei originari, con devastanti conseguenze. Fu un segnale, un avvertimento non del tutto capito, o forse non accettato; tanto che la mancata difesa del suolo e dell’ambiente avrebbe portato ad un secondo tragico allarme: la strage di Stava in val di Fiemme, con 268 vittime nel 1985.

Da Venezia a Trento

Dall’ufficio tecnico della seconda Regione aerea militare, in Roma – dove si progettavano edifici di servizio (la logistica) agli aeroporti, in stile modernista: tra Carlo Scarpa, Theo van Doesburg e Le Corbusier – all’ufficio tecnico del Comune di Trento. A tale ruolo ero stato richiesto da due colleghi architetti portavoce della Giunta comunale Dc/Psi (Sergio Giovanazzi e Alberto Agostini) e ‘comandato’ da quella provinciale – per adeguare il progetto di Piano regolatore cittadino alle scelte di fondo del Piano urbanistico provinciale in corso di approvazione: si delineò così il mio lavoro per il 1967.

L’elaborazione del primo piano urbanistico a scala regionale-provinciale d’Italia era stata l’occasione del mio trasferimento da Venezia a Trento, fin dal 1962: dapprima nello studio dell’architetto Giovanazzi (assieme al quale m’ero laureato in architettura nel 1961, a Venezia), poi nel nascente ufficio-urbanistica della Provincia autonoma. L’obiettivo politico del neo-presidente della stessa Provincia, Bruno Kessler, era la “promozione economica delle zone periferiche”. Un obiettivo che caratterizzò tanto il primo governo nazionale di centro-sinistra (Dc/Psi) del dopoguerra, quanto la situazione del Trentino, in cui la sola Democrazia cristiana aveva la maggioranza assoluta, ma dove si intendevano effettivamente sperimentare le novità della pianificazione urbanistica e della fino allora misconosciuta scienza sociologica.

L’esperienza di lavoro nel capoluogo alpino aveva messo a dura prova la mia esistenza, nel passaggio dal centro storico veneziano culturalmente ricco e aperto – in cui gli studenti medi cominciavano a parlare una lingua estera, dove ci si muoveva solo con mezzi pubblici e l’acqua caratterizzava il paesaggio lagunare ed urbano allo stesso tempo, dialogando con la bianca pietra d’Istria ed i tetti rosso-cotto dei palazzi – ad una città assai diversa, paesaggisticamente racchiusa tra montagne incombenti, socialmente ed economicamente arretrata, quasi priva di servizi urbani, con un associazionismo interessato prevalentemente alla gita in montagna e una capillare diffusione di cori maschili e di bande municipali – salvo i fermenti innovativi della “Pro cultura” di Trento.

Le riforme nel ‘68

Tuttavia l’esperienza urbanistica allora era gratificante: l’insegnamento di Giuseppe Samonà, preside di Venezia-Architettura, responsabile del piano urbanistico del Trentino e successivamente della ricostruzione di Longarone dopo la tragedia del Vajont; la presenza dell’economista Beniamino Andreatta e del suo assistente Romano Prodi (futuri ministro e capo del governo italiano, rispettivamente) nei momenti delle scelte, la collaborazione saltuaria di altre personalità dell’architettura (come Carlo Scarpa), della storia delle città (come Leonardo Benevolo), di diverse forme del sapere connesse alla sociologia, alla statistica, all’economia (Francesco Alberoni, Paolo Ceccarelli, Vittorio Capecchi, Bernardo Secchi) e successivamente all’ecologia dei parchi naturali (George Gijssels, Attilio Arrighetti, Gino Tomasi, Valerio Giacomini).

A Roma avevo cercato un’alternativa di lavoro e di vita, ma quelle possibili non mi convinsero; perciò risposi positivamente all’appello di Trento, per rivedere la mediocre stesura di un Piano regolatore che non regolava nulla, ignorava il verde pubblico, i servizi di quartiere, i problemi del traffico, la tutela del centro storico e infine prevedeva aree residenziali per il doppio della popolazione di quel momento (da 60.000 a 120.000). Ancora nel 1967 fu votato all’unanimità dal Consiglio provinciale di Trento il Piano urbanistico del Trentino e curata la sua pubblicazione (Marsilio, Padova, 1968) all’università di Bologna, dagli stessi Andreatta e Prodi, con la mia collaborazione.

Fu un evento politico di grande rilievo, uno dei due capolavori del presidente Kessler; l’altro essendo la fondazione dell’università di Trento (dapprima come Istituto superiore di Scienze sociali), in rapporto – sia pur tempestoso – col nascente movimento studentesco, nel medesimo periodo. Anche questa vasta dimensione riformatrice fece parte dei prodromi del Sessantotto. Senza la critica e la creatività del movimento – che per l’obiettivo del riconoscimento legislativo della laurea in Sociologia ricorse per la prima volta all’occupazione dell’università, e che si responsabilizzò anche nelle difficili trattative parlamentari – non ci sarebbe stato il grande sviluppo successivo.

L’università

La vivacità culturale del movimento – e la presenza tra gli studenti fin dalla prima ora (1963) di mio fratello Marco, diventatone protagonista insieme a Mauro Rostagno – fu la seconda ragione della mia permanenza a Trento. In questo ambito infatti maturò un continuo e crescente scambio tra giovani locali e studenti provenienti dalle più diverse città e siti d’Italia. Un innesto sociale e culturale spesso inconsapevole, che cominciava a trasformare un bosco di sole conifere in uno meno uniforme, con lecci, ulivi, cipressi, faggi e varie essenze arbustive.

Durante il fatidico Sessantotto dunque, pur nella disomogeneità culturale con gli studenti di sociologia, seguivo come osservatore le iniziative del movimento rivolte soprattutto alle città di Trento e Rovereto, e tese a superare rigidità e sospetti nel tessuto tradizionale. Al ritorno da un seminario di Urban Planning, tenuto nel gennaio a Salisburgo da professori statunitensi, mentre l’aviazione americana bombardava il Vietnam ed il noto sociologo John Dyckman (California) confidava di essere padre di un obiettore trattato come renitente alla leva – percepii un nesso plausibile fra gli eventi che si stavano susseguendo con inusitata sincronia: c’era dunque sul serio, non solo a Trento ma nel mondo intero, un clima… da Sessantotto? Poco dopo incontrai Odilia, studentessa trentina dalla main ouverte, con la quale mi sarei sposato nell’‘autunno caldo’ del Sessantanove.

«Giàp-Giàp Oci- mìn, Cè-Cè Ghéva-rà, Fè-Fè Fèda-ìn»

Le ossessive scansioni delle parole d’ordine gridate dagli studenti universitari, in testa alla grande manifestazione internazionalista contro la guerra nel Vietnam, avevano per alcuni un fascino quasi teatrale, anche se un po’ militaresco; erano invece sconvolgenti e perciò rifiutate da altri. Tutti comunque affacciati dai marciapiedi a vedere il serpentone gioioso nelle vie del centro storico di Trento.

«Ce n’est qu’un début, continuons le combat» [Non è che l’inizio, la lotta continua]

Anche questo slogan francese, particolarmente ritmico e penetrante, testimoniava la sintonia del movimento da Trento a Nanterre, da Pisa a Berlino, da Torino a Berkeley, da Parigi a Praga. Esso prometteva continuità nell’iniziativa, tra impegno a combattere l’autoritarismo nelle istituzioni e nella società e slancio verso l’utopia internazionalista degli oppressi del mondo intero.

Il dissenso cattolico

Il dito di Paolo Sorbi alzato a chiedere la parola nel Duomo di Trento – durante un quaresimale-invettiva tutt’altro che conciliare – ebbe l’effetto di un ceffone al padre. Uomini vestiti di scuro, mai usciti dai filari dei banchi se non per andare e venire dal portone d’ingresso, si alzarono di scatto, intimandogli “Fuori!” Nei giorni successivi sul sagrato dello stesso Duomo un bel crocchio di studenti ed altri giovani credenti si alternarono nella lettura di brani evangelici e di testi di teologi conciliari. L’episodio fu chiamato il ‘controquaresimale’, ma non evitò l’anatema della maggioranza silenziosa contro i profanatori del tempio. Un’ondata di sdegno e di rigetto si espresse infatti in quei primi giorni dell’aprile ’68 con un grande assembramento di piazza e nell’’assedio’, protratto per giorni, all’Università – paradossalmente allora difesa dalla polizia.

Non lontano dallo stesso Duomo, don Dante Clauser, allora parroco di San Pietro, apriva invece le porte della sua chiesa ai dubbiosi ed agli emarginati. Anche i giovani del controquaresimale e tanti altri si ritrovarono con i parrocchiani nella messa domenicale. Fra letture bibliche e fiori di campo, accordi di chitarra e riflessioni personali, il microfono passava di mano in mano attraversando l’assemblea ecclesiale e ritornava senza forzature a don Dante che la presiedeva. Anche altre piccole comunità camminavano nella medesima direzione, non escludendo nessuno e gettando invece ponti di dialogo e d’incontro.

Questi ed altri episodi, che attraversavano il mondo cattolico fin dentro le strutture ecclesiali, testimoniavano come il Sessantotto fosse stato anche un prodotto del dissenso cattolico, che faceva riferimento alla umanità e all’apertura di papa Giovanni XXIII ed alle innovazioni del Concilio (come il periodico trentino Dopoconcilio). Anche se poi riassorbiti e spesso normalizzati, questi fermenti lasciarono un segno profondo e duraturo nella società e nella Chiesa trentina.

L’insubordinazione operaia

Qualche anno più tardi il torrente vorticoso degli studenti universitari diventò un fiume in piena di operai, impiegati, studenti medi e gente di ogni parte della provincia. La ‘manifestazione dei quindicimila’ (marzo 1973), la più grande che si ricordi nella protesta sociale, fu la replica ad una sequela di atti repressivi d’ordine pubblico contro i dipendenti della Iret-Ignis di Gardolo, culminati con un pestaggio paramilitare fin dentro la fabbrica, ad opera di ‘baschi neri’ in assetto di guerra.

Per la prima volta nella storia della città l’opposizione apparve più decisa, motivata e persino numerosa della (ex) maggioranza silenziosa e le file della allora onnipotente Dc parvero incerte e confuse, non potendo certamente far quadrato contro tanti lavoratori propri tesserati ed i loro familiari provenienti dai paesi della fedele provincia.

Quando questo partito perse la maggioranza assoluta, alle elezioni regionali del 1978, la Nuova Sinistra – costituita dagli ex appartenenti a Lotta continua e da militanti del Partito radicale – inaugurava allora la presenza istituzionale di un movimento fino a quel momento extra-parlamentare. Ed ebbe un buon risultato anche grazie allo scossone sociale dei quindicimila e alla penetrazione nelle valli del lungo Sessantotto. Il relativo successo ampliava e rinnovava nei contenuti e nel linguaggio l’opposizione di sinistra e nell’insieme rifletteva anche il lavoro di importanti settori del sindacato, trainati dall’esempio autorevole e generoso di Giuseppe Mattei e da altri più giovani come Sandro Schmid e Orlando Galas.

Dietro il Sessantotto

Costituiti generalmente da professionisti disponibili al lavoro gratuito, da studenti ed altri volontari senza-partito, negli anni Settanta, al margine dei grandi movimenti operaio e studentesco, nacquero forme di associazione ‘di servizio’ dalla necessità di sostenere iniziative complesse con una base documentaria, di ricerca e talvolta anche di inchiesta. Tra queste piccole entità operative meritano un cenno alcuni ambiti d’impegno originali, continuativi e talvolta efficaci: rappresentarono come un secondo livello dell’onda trasformatrice del Sessantotto e un fattore di radicamento sociale.

I Comitati di quartiere di Trento – coordinati informalmente da Mario Tomasi, architetto – lavorarono per il controllo degli affitti e il blocco degli sfratti a favore dei meno abbienti; per lo sviluppo dell’edilizia popolare e la difesa dello scarso verde urbano. Proprio in quest’ambito (in cui m’impegnai molto) nel 1975 l’occupazione di un’area verde centrale, destinata ad una edificazione intensiva, bloccò questa stessa operazione. Tale fu la mobilitazione popolare per molte serate, l’adesione firmata da oltre 10.000 cittadini, la determinazione dei Comitati e di Lotta continua nella trattativa col Comune – che l’area fu acquisita al verde pubblico come ‘parco santa Chiara’ e l’ospedale in disuso lì appresso fu ristrutturato come centro civico-culturale. Fu dunque ecologismo ante litteram.

Il Soccorso rosso di Trento si fondò anche sulla dedizione e la competenza acquisita sul campo di due donne (Giuliana Raoss e Odilia Zotta) a sostegno dell’iniziativa giuridico-rivendicativa di diversi avvocati (tra cui emblematico il ruolo di Sandro Canestrini) nei confronti della ‘fabbrica della morte’ (Sloi), e in altre vicende giudiziarie. Ciò fu fatto anche contattando le famiglie dei morti, per la nocività negata del piombo tetraetile, spesso ignote, lontane dalla città e condannate al silenzio. Più di qualche vedova assunse coscienza dell’ingiustizia comune a centinaia di operai e ai loro familiari, durante mezzo secolo di infamie perpetrate dal padrone e dalla direzione della fabbrica sorta durante il fascismo. Molti anni dopo questo impegno avrebbe favorito la ricostruzione storica e l’informazione allora impedita, specialmente ad opera del giornalista Luigi Sardi.

Il circolo Ottobre del Trentino, in anni di quasi totale assenza di iniziativa culturale e di una politica del tempo libero, promosse – sopratutto tramite Loris Lombardini, futuro manager pubblicitario – diverse forme di spettacolo teatrale, cinematografico e musicale. L’impegno organizzativo riguardò in seguito la conoscenza della canzone popolare italiana – mediante Giovanna Marini e Sandra Mantovani –, dei primi cantautori ‘politici’ come Francesco Guccini e Fabrizio de Andrè, del monologo pluridialettale di Dario Fo e del disegno militante e fuori-schema di Roberto Zamarìn, creatore della straordinaria figura dell’operaio Gasparazzo: “Se non ci fosse il Sud ci sarebbe il Nord?”.

L’altra metà del cielo

Un’ultima ma assai importante dimensione del Sessantotto, che si rivelerà nel tempo la più feconda e innovatrice, concerneva la liberazione della donna. La teoria e la prassi – che in seguito verranno sintetizzate nel termine ‘femminismo’ – ebbero a Trento uno tra i primi nuclei italiani di studio ed elaborazione, parallelo alla vicenda del movimento studentesco, da cui rimase comunque autonomo: il gruppo del “Cerchio spezzato” e la Comune di via Belenzani. Il confronto-scontro partiva da lontano, riguardando la società della diseguaglianza di genere e delle impari opportunità.

Colsi l’importanza del poco appariscente lavoro di Silvia Motta, di Marta Losito, di Gabriella Ferri e di tante altre studentesse e giovani donne di allora (ma anche di Piergiorgio Lazzaretto), con grande ritardo. E con ritardo ancora maggiore mi resi conto delle mie responsabilità di padre e marito. Nel 1976 all’assemblea nazionale di Lotta continua a Rimini le donne, ch’erano quasi la metà dei convenuti, riunitesi per ore separatamente, rientrarono nella grande sala congressuale in corteo, festose e silenziose, fantasiose e compatte, fendendo sinuosamente la platea di giovani uomini seduti in attesa nervosa e prolungata. Il serpente multicolore li rianimava, ma li feriva nel profondo. “Non parteciperemo più delle sorti di questo sedicente movimento d’avanguardia, che accetta supinamente l’oppressione dell’uomo sulla donna, come tutti gli altri partiti e come la società maschilista che combattiamo. La nostra scelta è privilegiare il movimento delle donne”.

Ciò produsse a breve termine lo scioglimento di Lotta continua, formazione nata dalle lotte operaie e studentesche del settentrione, nell’autunno 1969, che ha avuto il pregio di chiudere per tempo un’esperienza non rinnovabile. Segnale premonitore di quanto sarebbe successo molto più tardi nel sistema politico italiano e su cui qualcuno sta ancora meditando, scosso dalle ‘quote rosa’. Servirebbe forse rileggere le cronache dei due referendum sul divorzio e sull’aborto, per rendersi conto di come la coscienza femminile fosse avanzata sott’acqua, lenta ma inesorabile. Fu la riprova della maggiore rilevanza di questo movimento tra tutti quelli del ’68 e anni ‘70, della sua incidenza nonostante le fasi critiche nella trasformazione del costume, della famiglia, dei rapporti interpersonali, della cultura.

La conclusione di questa testimonianza su un lungo Sessantotto è dunque un omaggio alla ‘metà del cielo’.

 

      

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