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Trento, 15 marzo 2017
«La porta che si chiude,
un pugno nello stomaco»

Le terze A, B e C del Liceo Prati, accompagnate dal professor Rolando Pizzini, sono state al carcere di Spini
da l’Adige di mercoledì 15 marzo 2017

Non una gita scolastica e non una visita. Non, banalmente e semplicemente, tre ore di greco, latino o matematica saltate. La mattinata di ieri per quarantacinque studenti delle terze liceo del Prati è stata molto di più. Hanno scoperto e provato a conoscere e capire un mondo che «è molto differente da quello che si vede nei film». 

Le terze A, B e C, accompagnate dal professor Rolando Pizzini, sono state infatti al carcere di Spini. Una mattinata preparata da mesi con grande attenzione e sensibilità, attraverso incontri, lezioni e letture: «E per quanto fossimo preparati non è stato abbastanza: d'altra parte quando il cancello si chiude alle tue spalle e sei dentro la sensazione è quella di un pugno allo stomaco. E noi sapevamo che saremmo usciti, sapevamo che quelle porte, per noi, si sarebbero riaperte poche ore dopo. Ma è stato comunque un momento molto forte, anche se affrontandolo in gruppo è stato più facile». 

Il virgolettato è naturalmente degli studenti, ma è praticamente impossibile attribuire una frase a uno o all'altro: quando li attendiamo all'uscita, infatti, trascorsi i canonici tre secondi di timidezza, iniziano a raccontare. Ci sono Sara, Alice, Samuel, Elena, Francesca, Anna, Michela e altri ancora che ci scuseranno se non citiamo, che si mettono a semicerchio e spiegano. Il professor Pizzini ascolta e lascia che i ragazzi sfoghino le proprie emozioni. Ognuno aggiunge una frase a quella del compagno, ognuno riflette a voce alta su quanto appena visto. Quasi non servono le domande. 

«Tanto eravamo preparati attraverso gli incontri dei mesi scorsi tanto non ci saremmo aspettati di essere così impreparati emozionalmente». «Vedere per davvero le sbarre, sapere che i detenuti con cui hai appena parlato questa sera non andranno a casa, capire la scansione oraria di giornate tutte uguali è stata una forte emozione». 

Anche perché un conto sono le idee che si hanno in testa prima, un altro è vedere con i propri occhi poi. 

«Quello che abbiamo visto ci è sembrato molto umano: rispetto agli stereotipi si nota una certa umanità, pur sapendo che problemi e criticità ci sono». «Le immagini che avevamo in mente arrivano dalla letteratura o dai film: tutti conoscono le carceri americane o sudamericane e si immaginano situazioni del genere. Invece è totalmente differente». «Differente nella forma, perché alla fine la sostanza è quella: si tratta di persone che sono rinchiuse». 

Ecco: persone. Pare una sottigliezza lessicale, ma non lo è: gli studenti parlano sempre di persone, non di carcerati. «Abbiamo parlato con alcuni di loro, molto giovani, tra i venti e i trenta. Si tratta di persone che hanno sbagliato, che hanno commesso dei reati, ma comunque di persone». «Molti di loro studiano, alcuni hanno superato qui l'esame di terza media e altri lavorano all'interno della struttura: anzi, ci hanno detto che vorrebbero fare più attività, vorrebbero ci fosse maggiore rotazione in quello che viene proposto». 

Il dialogo tra studenti e detenuti è stato schietto e sincero, un domanda e risposta molto significativo. 

«Ci eravamo preparati un po' di domande, o meglio sapevamo che certe domande le avremmo dovute evitare. In primis quella più ovvia e scontata, ovvero "perché sei dentro?", perché sarebbe stata troppo delicata e sarebbe stato poi facile cadere nel pregiudizio». «Uno di loro ci ha sorpresi, perché a un certo punto ha iniziato a darci dei consigli, dicendoci di non fare come lui e di continuare a studiare, di darci da fare per costruirci un bel futuro». «Ci hanno raccontato della loro quotidianità, fatta di rapporti umani: tra detenuti, tra detenuti e poliziotti e poi tra detenuti e persone esterne, ovvero quelle che ogni giorno vengono in carcere per le varie attività. È un piccolo mondo, una piccola città, nella quale centinaia di persone ogni giorno condividono tempi e spazi. Poi c'è chi a fine giornata prende la macchina e torna a casa, e chi entra nella propria cella e il giorno dopo è ancora lì».

«Il dialogo ci è servito per avere uno sguardo più ampio: gli incontri sono avvenuti senza filtri, sia con i carcerati sia con chi lavora all'interno, così ognuno ora può farsi la propria idea». 

C'è una parola che gli studenti conoscono bene e intorno alla quale ruota tutto: si tratta di “eleutheria”, che in greco antico significa libertà. Ma, come ogni termine del mondo greco, più che una parola è un concetto: una delle accezioni è che libero è chi nasce da genitori non schiavi. Oppure chi non deve sottostare a un tiranno o allo straniero. «Qui a Spini, come nelle carceri di tutte le città, non ci sono troppe accezioni: il carcere è la privazione della libertà, ma poi all'interno dovrebbe esserci un percorso rieducativo che la libertà permette di riottenerla. Da quello che abbiamo visto tutto questo ci sembra fattibile, anche se ci sono tante difficoltà, di ogni genere».

«L' eleutheria non esiste lì dentro, alle 18 finisce la loro giornata e tornano tutti in cella. Ci hanno detto che il momento più bello è quando ricevono delle lettere dai genitori, dai parenti, dagli amici». «Altro che i nostri gruppi WhatsApp grazie ai quali ci sentiamo ogni cinque minuti...». «E ci hanno spiegato che a volte fare una semplice telefonata è un'Odissea, tra permessi e trafila burocratica. In questo, e anche per altri aspetti, sono gli stranieri ad avere molte più difficoltà».

Ma qualcuno degli studenti vorrà dare un seguito, concreto, a questo progetto? Volontariato, iniziative, approfondimenti. Ci guardano un po' perplessi. «Non andrei mai a lavorare lì, è troppo pesante psicologicamente». «Sapendo i reati commessi sarebbe ancora più difficile». «Vedremo in futuro. Però l'esperienza è stata molto formativa».



«Un percorso
lungo e complesso»

Il prof. Rolando Pizzini:
«Abbiamo dato ai ragazzi gli strumenti per capire»

Se al Prati è ormai una figura storica, lo è anche alla Casa Circondariale di Spini: Rolando Pizzini, infatti, da nove anni si reca al carcere per insegnare ai detenuti. E quest'anno ha voluto intraprendere un percorso anche con i suoi studenti di via Santa Trinità, durante le proprie ore di religione, ma anche in molti appuntamenti «extra». «Da ottobre lavoriamo su questo progetto e la visita a Spini non è stata che la parte finale: l'obiettivo prioritario era costruire delle fondamenta nei ragazzi, perché avessero gli strumenti per capire. Poi, adesso, ognuno è libero di avere la propria opinione». 

Un percorso complesso: lezioni, incontri, dialoghi, letture, per capire un mondo dalle mille sfaccettature come quello del carcere. «Ci sono questioni etiche, morali, religiose, giuridiche e storiche. Abbiamo provato ad analizzarle nel corso dell'anno, modificando un po' il programma di studi. Con i ragazzi abbiamo affrontato i temi della rieducazione e della risocializzazione, esaminato il punto di vista del diritto e quello antropologico, parlato di giustizialismo e buonismo, analizzato la figura del detenuto ma anche di chi, dai poliziotti ai direttori, dai giudici agli avvocati, ci ruota intorno».

Hanno dato una mano al professore con degli incontri ad hoc agenti di polizia, il direttore del carcere Valerio Pappalardo, il responsabile dell'area educativa di Spini Tommaso Amadei e Veronica Manca, assistente di diritto penale, ex studentessa al Prati: perché la scuola, l'istruzione e la formazione non sono solo temi e versioni, ma anche affrontare tematiche di attualità, magari delicate, con un approccio aperto a sentire ogni voce. E alla fine la strada è stata quella giusta. «Di sicuro c'è un aspetto emotivo da tenere in considerazione, ma molti studenti hanno apprezzato e capito, ringraziando per il percorso fatto insieme».

 

 

      
   

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