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Trento, 27 gennaio 2022
RICORDANDO BENIAMINO “NINO” ANDREATTA
di Marco Boato
pubblicato sulla rivista Arel

Ho conosciuto il professore Beniamino “Nino” Andreatta nell’anno accademico 1964-65, il secondo anno del corso di laurea in Sociologia a Trento (l’Istituto superiore di Scienze sociali a Trento, con l’allora unica laurea in Sociologia d’Italia, era stato fondato nel 1962). Era un grande amico e collaboratore dell’allora presidente della Provincia autonoma Bruno Kessler (promotore di Sociologia), oltre che consigliere economico del Presidente del Consiglio Aldo Moro, allora a capo del Governo di centro-sinistra. Ed era titolare del corso di Economia II, che, venendo dopo il corso di Economia I del primo anno, era di fatto un insegnamento di politica economica.

Andreatta è stato un ottimo docente, molto aperto al dialogo con noi studenti. Essendo all’inizio della storia del corso di laurea in Sociologia, noi studenti eravamo ancora molto pochi (io avevo il numero di matricola 250) e quindi le lezioni non avevano una impronta cattedratica “frontale”, ma erano prevalentemente di tipo seminariale. Ad alcuni di noi fece anche svolgere - di fronte a lui, a Romano Prodi suo assistente, e agli altri studenti - delle relazioni su temi da lui proposti. Essendo lui stato nel recente passato in India, nel 1961, come consulente della Planning Commission del Governo Nehru, a me aveva fatto svolgere una relazione orale sul “progetto Bhakra Nangal”, una diga nel Punjab, nel nord dell’India, su cui mi fornì il materiale documentario da studiare. Fu la mia prima esperienza universitaria di questo tipo, che mi è stata poi molto utile.

Andreatta aveva con noi studenti un rapporto di grande rispetto e di apertura al dialogo sui grandi temi della politica economica, che lui allora affrontava con una impostazione “keynesiana”, anche sulla base di una modellistica econometrica e con lo studio dei cicli economici.

Quando ha cominciato poi ad emergere il movimento di contestazione del ’68, in una prima fase Andreatta è stato molto critico. Lo fece anche in una trasmissione televisiva della Rai (allora con un unico canale e quindi molto vista) del febbraio 1968, diretta da Piero Pratesi, a cui lui partecipò come docente e io come studente. Alla trasmissione (subito dopo ripresa in prima pagina e pubblicata integralmente dal settimanale cattolico Settegiorni) parteciparono numerosi docenti e studenti di diversa estrazione politica. E in quella occasione Andreatta si contrappose frontalmente alle posizioni espresse dal Movimento studentesco.

Ma nei mesi successivi cambiò progressivamente atteggiamento e - dopo oltre due mesi di occupazione di Sociologia da parte del Movimento studentesco di Trento - favorì il dialogo e la soluzione positiva di quella occupazione nella qualità di membro del neo-costituito Comitato ordinatore di Sociologia, di cui faceva parte insieme a Norberto Bobbio e Marcello Boldrini, che lo presiedeva. Fui io a dialogare con loro tre, in rappresentanza di tutti gli studenti del Movimento, che affollavano una grande aula dove si svolgeva il confronto, terminato con un comune accordo rispetto alle nostre rivendicazioni, accordo che dopo pochi giorni portò alla conclusione dell’occupazione e alla ripresa delle lezioni.

Qualche mese dopo, nel luglio 1968, si tenne una nuova grande assemblea di docenti e studenti, nel corso della quale vennero presentati i nuovi professori e assistenti che il Comitato ordinatore aveva deciso di chiamare ad insegnare a Sociologia di Trento attraverso un forte rinnovamento del corpo docente (cosa possibile per il carattere “libero” dell’Istituto di Trento, poi divenuto Università nel 1972, di cui divenne primo Rettore Paolo Prodi, storico e fratello maggiore di Romano).

Nel corso di quella Assemblea, Andreatta – che aveva una corporatura imponente – ad un certo punto saltò in piedi sopra la cattedra, alzando anche fortemente il tono della voce. Non si trattò tuttavia di una esibizione estemporanea contro gli studenti – come a volte viene tramandato da una sorta di leggenda metropolitana -, bensì di una sua forte contrapposizione nei confronti di un docente dissenziente, come più volte ha testimoniato puntualmente, essendo stato presente alla scena, il direttore amministrativo di allora, Tarcisio Andreolli (poi divenuto anche Presidente della Regione Trentino-Alto Adige e successivamente anche senatore del collegio di Rovereto). In quella fase, il rapporto di Andreatta con gli studenti non era più conflittuale, come era stato all’inizio del movimento del ’68.

Per quanto riguarda i rapporti tra Andreatta e Prodi, all’epoca in cui frequentai il loro corso di Economia II, nell’anno accademico 1964-65, Romano Prodi non era ancora docente, ma stava iniziando la sua carriera universitaria come assistente di Andreatta (aveva appena 25 anni!). Anche Prodi, comunque, aveva un atteggiamento molto aperto al dialogo con gli studenti e io sono orgoglioso di aver ricevuto da entrambi un bel 30 e lode all’esame che affrontai con loro (sul mio libretto universitario conservo in fotocopia la firma di entrambi).

In quegli anni Andreatta scriveva spesso gli articoli di fondo di economia nella prima pagina del Corriere della Sera, mentre Prodi faceva altrettanto nella prima pagina dell’Avvenire d’Italia, diretto allora a Bologna da Raniero La Valle. Prodi mi confidò allora che Andreatta scriveva spesso anche i discorsi in materia economica del Presidente del Consiglio Aldo Moro, ma che questi poi li correggeva, li temperava e li glossava con il suo stile più moderato. Nella primavera 1970, dopo la mia laurea nel marzo, ho avuto Andreatta nella commissione di esame dalla quale ottenni a Trento una borsa di studio biennale, della quale potei usufruire però solo dopo aver espletato per 15 mesi il servizio militare nei Lagunari (ed allora Andreatta non era più a Trento, ma a fondare l’Università di Arcavacata in Calabria).

Dopo la mia esperienza universitaria, ho nuovamente incontrato Andreatta per cinque anni durante uno dei miei mandati parlamentari, come senatore di Trento, nella decima legislatura dal 1987 al 1992. Io ero all’opposizione dei Governi di allora, lui era invece l’autorevole presidente della Commissione Bilancio del Senato (di cui era segretario un ottimo funzionario, Paolo De Ioanna). Frequentavo la Commissione da lui presieduta in particolare durante tutte le importanti sessioni annuali sulla legge finanziaria, perché facevo parte di un piccolo gruppo parlamentare, “Federalisti europei ecologisti”, i cui membri coprivano di volta in volta diverse commissioni, essendo composto da soli sei senatori.

Poi ho incontrato nuovamente Andreatta nella tredicesima legislatura (1996-2001), quando lui divenne ministro della Difesa nel primo Governo Prodi dell’Ulivo, mentre io ero allora nella stessa maggioranza, come deputato verde dell’Ulivo eletto nel collegio di Rovereto. Gli parlai per l’ultima volta nel Transatlantico di Montecitorio verso la fine del 1999, il 15 dicembre, quando lui, con una serie di colloqui personali, stava ipotizzando chi potesse essere il successore di Romano Prodi per le elezioni politiche del 2001.

Aveva lui stesso, nel 1995, proposto il nome di Romano Prodi come leader dell’Ulivo per le elezioni del 1996. Ed ora, durante il Governo D’Alema, stava cercando di individuare informalmente la figura più adatta da proporre come futuro candidato alla Presidenza del Consiglio, essendo nel frattempo Romano Prodi diventato Presidente della Commissione europea. Purtroppo Andreatta entrò in coma mezz’ora dopo, al rientro nell’aula della Camera, dove si stava discutendo la legge finanziaria, e non si riprese più nel corso di sette anni, quando infine morì il 26 marzo 2007. In quella drammatica occasione del 15 dicembre 1999, avevo assistito al suo rientro in Aula dal banco della Presidenza (facevo parte dell’Ufficio di presidenza di Violante) e, poco dopo, vidi sconcertato il suo accasciarsi nel suo scranno, accorrendo subito dopo insieme a Rosa Jervolino all’ospedale dove era stato prontamente, ma inutilmente, ricoverato.

Andreatta è stato un uomo politico di formazione cattolico-democratica di grande valore e di assoluta laicità sul piano politico e istituzionale, tanto che si scontrò duramente anche col Vaticano in occasione dello scandalo del Banco Ambrosiano. E si oppose fermamente al tentativo del segretario Rocco Buttiglione di far entrare il Partito popolare, succeduto alla Democrazia Cristiana, nell’ambito del centro-destra, battendosi per la sua destituzione e per la nomina a nuovo segretario di Gerardo Bianco. Aveva un riferimento di partito, prima nella DC e poi nel Partito popolare, ma non era un “uomo di partito”, agendo sempre con una grande libertà e autonomia, nell’ambito del centro-sinistra e dell’Ulivo. Più che un “uomo di partito” sapeva essere un “uomo di Stato”, soprattutto attento e scrupoloso promotore del bene pubblico della Repubblica, al di là degli interessi di parte. Certamente aveva un carattere non facile e decisamente “anticonformista”. E su di lui si raccontavano – non so dire se reali o immaginari – episodi a volte esilaranti: che per distrazione si sarebbe messo più volte la pipa accesa in tasca oppure che una volta avrebbe dimenticato la moglie in autogrill…

Sinceramente non posso dire, in senso stretto, di essere stato suo amico, semmai in qualche misura suo allievo nella esperienza universitaria (anche per il divario di età e la differenza di ruoli, non solo nell’Università, ma anche nell’ambito politico-istituzionale). Andreatta ha avuto funzioni diverse nella veste di docente (e anche fondatore dell’Università della Calabria, dopo l’esperienza di Trento e di Bologna) e in quella di politico, come parlamentare e ministro in più occasioni. Ma in entrambi i ruoli è sempre stato un uomo di grande libertà intellettuale e di coerente impegno istituzionale, anche al di là delle identità e delle logiche di partito. Ricordo ancor oggi con commozione il suo discorso, nella Piazza Duomo di Trento affollatissima, quando dovette commemorare pubblicamente la figura del suo grande amico Bruno Kessler, morto da senatore in carica il 19 marzo 1991.

 

  Marco Boato

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